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Ghostwriting

I miti comuni sul ghostwriting: sfatiamo le false credenze

In questo post, diamo uno sguardo ai miti e alle credenze che aleggiano sulle «mitiche» figure dei ghostwriter: accendiamo un bel faro che illumini gli angoli bui di questo mondo professionale.

Il ghostwriter: chi è?

Se dovessimo dare una traduzione di ghostwriter, anziché accontentarci del letterale «scrittore fantasma», potremmo propendere per l’accezione di «scrittore nell’ombra».

In altre parole, il significato che si cela dietro alla parola inglese «ghostwriter» è quello di una figura professionale che si affianca al cliente-ispiratore-committente della realizzazione di un’opera.

Che cosa fa?

Come suggerisce il nome, il ghostwriter scrive un contenuto testuale – che può essere un libro, un articolo, un post per un blog, il testo di un brano, un discorso pubblico – per un’altra persona.

Nel mondo, esistono ghostwriter molto famosi, in grado di costruire una proficua e intramontabile carriera attorno alla loro innata capacità di ascoltare e tradurre in scritture le storie dei loro committenti.

Dal mondo anglosassone, ad esempio, possiamo citare la figura di Andrew Crofts, famoso per aver lavorato con Donald Trump e tante altre personalità particolarmente in vista.

Nel descrivere il suo lavoro, Crofts suggerisce che consista per «circa la metà del tempo a fare delle scoperte che riguardano il vissuto di altre persone», che viene quindi scandagliato in modo intimo.

I falsi miti e le credenze sui ghostwriter

Diamo ora uno sguardo ad una serie di falsi miti e credenze popolari che ruotano, nonostante tutto, attorno alle figure dei ghostwriter e del mondo editoriale: buona lettura!

1. Il ghostwriter scrive solo per gli altri poiché non è in grado di pubblicare i suoi libri

Il primo clamoroso (e ingombrante) mito da archiviare una volta per tutte è quello secondo il quale il ghostwriter non sia capace di scrivere e pubblicare i libri col proprio nome, scrivendo solo quelli di altri.

Andrew Crofts, famoso ghostwriter inglese, in quarant’anni di carriera ha realizzato 80 libri per i suoi clienti, facendo vendere circa 10 milioni di copie (alcune delle opere sono state veri e propri bestseller).

Nel 2014, il ghostwriter ha voluto dare alle stampe «Confessions of a ghostwriter», un libro in cui ripercorre tanti anni di lavoro «nell’ombra», per dare vita ad opere (altrui) di grande successo.

Il professionista del ghostwriting sceglie spesso di mettere a disposizione le sue capacità di scrittura, anziché realizzare opere proprie, anche per ragioni economiche.

Il contratto di realizzazione di un’opera ghostwritten prevede spesso compensi ben più elevati dei tipici anticipi che vengono pattuiti tra editori ed autori.

Questi ultimi, poi, si accollano spesso il rischio di non percepire alcuna royalty futura, qualora il libro pubblicato non riscuotesse particolari riscontri da parte del pubblico.

2. Il lavoro del ghostwriter non è eticamente accettabile

Anche il ghostwriting non sfugge alle contese che riguardano l’eticità di una «certa professione», con i detrattori che ritengono ingiusto e ingannevole ricorrere a questo tipo di servizio.

Ai ghostwriter (e ai loro clienti) si censura il fatto di non rivelare pubblicamente che un’opera sia stata realizzata, in realtà, dalla penna di un’altra persona (anziché quella accreditata come autore).

La scelta di non divulgare la reale paternità dell’opera da parte del suo «autore naturale» è tuttavia frutto di una libera negoziazione e contrattualizzazione tra le persone.

Il ricorso ai ghostwriter è spesso dettato dall’esigenza di dare alle opere (soprattutto quelle di natura biografica) quella sostanza e struttura che rendano la narrazione della storia fluida e fruibile.

Ciò non impedisce comunque che nell’opera si possa percepire l’autenticità della voce dell’autore dichiarato, soprattutto quando la scelta ricade sul ghostwriter capace di lavorare in modo empatico.

3. Chiunque può diventare (e fare) il ghostwriter

Come tante altre figure che gravitano attorno all’attività della scrittura e della creazione di contenuti, anche attorno al ghostwriter aleggia la percezione che chiunque sappia scrivere possa diventarlo.

Non basta tuttavia «scrivere e saper far di conto» per offrire un buon servizio di ghostwriting, poiché servono innumerevoli altre competenze tecniche e trasversali (ricerca, project management,…).

Il ghostwriter deve saper gestire feedback, richieste ed esecuzioni di «revisioni» empatizzando correttamente col cliente e, soprattutto, individuando una mediazione tra vedute potenzialmente dissonanti.

Da queste capacità umane deriva poi anche la possibilità di sfruttare al meglio le competenze squisitamente tecniche, come quelle che riguardano l’ambito della narratologia.

4. Il ghostwriting è un lavoro facile e ben remunerato

L’immagine che vede il ghostwriter sedersi alla scrivania, scrivere quando, dove e come vuole, sorseggiando un tè caldo e accarezzando l’immancabile gattino tra una pagina e l’altra, è dura a morire.

In realtà, il ghostwriting è un’attività molto complessa, talvolta ben retribuita, ma servono tante energie, risorse e competenze affinché si riesca a plasmare (e dare poi alle stampe) un’opera di buona qualità.

Oltre ad occuparsi degli aspetti squisitamente propri dell’attività – narratologia,… – il ghostwriter deve spesso svolgere ricerche storiche, confronti e collaborare attivamente e costantemente col cliente.

5. Il ghostwriter non è coinvolto emotivamente nel progetto

Il quinto falso mito che riguarda la figura del ghostwriter è quello che vede il professionista scrivere in modo distaccato, senza avere alcun tipo di impegno (e coinvolgimento) emotivo nell’opera.

Chi si occupa di ghostwriting è invece un essere umano e, in quanto tale, sviluppa sempre una «interconnessione» profonda col suo committente, immergendosi nella storia da raccontare.

Con un buon livello di coinvolgimento nel rapporto col comittente, il ghostwriter riesce a «toccare con mano» la natura più genuina di ciò che deve narrare, comprendendola in modo profondo.

Solo in questo modo, l’opera realizzata potrà rispecchiare in modo fedele quelle che sono le esperienze e le emozioni vissute dall’autore (cioè il committente).

6. Il servizio di ghostwriting è solo per VIP, sportivi, personalità famose e politici

Un’altra «convinzione» piuttosto diffusa è quella che i ghostwriter lavorino esclusivamente coi VIP, gli sportivi di successo, le personalità famose e i rappresentanti del mondo politico.

I professionisti del ghostwriting offrono invece il loro supporto anche ad imprenditori, esperti di vari settori e, in linea di massima, a tutti coloro i quali vogliano raccontare una storia, ma non abbiano le competenza, il tempo o l’esperienza per scriverla in prima persona.

Da questa semplice constatazione, possiamo capire che in realtà il ghostwriting è un servizio accessibile (e utile) a molte persone che vogliano «fissare sulla carta» le emozioni tipiche del vissuto.

7. Il lavoro del ghostwriter non è accreditato

Un’altra credenza popolare che riguarda il ghostwriter è quella secondo la quale il contributo alla realizzazione di un’opera non venga mai «accreditato» tramite le più comuni forme di riconoscimento.

Partiamo invece dal presupposto che tra il cliente e il professionista c’è sempre un contratto (nella forma di una scrittura privata) che regola il rapporto di collaborazione, ben oltre la semplice retribuzione.

A seconda dei casi, il ruolo del ghostwriter può essere valorizzato tramite una menzione di ringraziamento all’interno del libro o, in alcuni casi, tramite la scrittura di una prefazione.

In alcune situazioni particolari, al professionista viene riconosciuto un ruolo al di là del ghostwriting: si parla in queste circostanze, ad esempio, della menzione di co-authoring.

8. Il ghostwriter scrive libri «meno autentici»

La fallacia di questa idea è promossa dal falso sillogismo secondo il quale l’autore reale dell’opera (ghostwriter) non è il committente stesso, perciò l’opera mancherebbe di autenticità e personalità.

In realtà, quantunque il ruolo dell’autore sia accreditato ad un’altra persona – definibile «ispiratore-committente» dell’opera – tra il ghostwriter e il cliente s’instaura un rapporto empatico.

Il professionista cattura quindi la «voce» e la «visione prospettica» del cliente, traducendole in un’opera che riflette il pensiero e le emozioni di quest’ultimo, senza snaturare alcunché.

9. Il ghostwriting è un vero «buco nero» dell’editoria

Nel corso degli anni, si è diffusa l’idea che il ghostwriter rappresenti un vero e proprio «buco nero» per l’editoria, capace di fagocitare dentro di sé i segreti più indicibili che si celano dietro a tante opere di successo.

Secondo l’opioni di alcuni, il settore terrebbe ben nascosta la pratica (diffusa ed incontrollata) di ricorrere ai ghostwriter, i quali supplirebbero all’inettitudine di tanti (acclamati come tali) «autori».

In realtà, non vi è alcun segreto di pulcinella dietro alla pratica del ghostwriting: per quanto non tutti gli (accreditati come tali) autori ed editori ne parlino apertamente, c’è una certa trasparenza sul tema.

Non sono pochi i libri scritti da ghostwriter che sono divenuti veri e propri bestseller: abbiamo numerosi esempi tanto in lingua italiana quanto in altre lingue (soprattutto quella inglese).

10. I ghostwriter si occupano solo di libri

Tra i diversi (e incredibili) miti che aleggiano attorno al mondo del ghostwriting, questo è forse quello più comune: ritenere che i ghostwriter si possano occupare esclusivamente di scrivere libri.

In realtà, nella quotidianità della nostra professione siamo confrontati con richieste molto disparate: i progetti spaziano dai libri agli articoli, senza dimenticare i discorsi, i contenuti per il web, white paper e tanto altro ancora.

A titolo personale, posso dire di aver ricevuto (e respinto al mittente) delle richieste di scrittura di tesi di laurea magistrale (!) e triennale, le quali non possono essere soddisfatte poiché costituiscono reato.

Ho invece realizzato biografie, romanzi, discorsi aziendali, e-book, contenuti per newsletter e tanto altro ancora.

A delimitare il perimetro entro il quale operiamo è quindi la nostra versatilità, non tanto l’«etichetta» di ghostwriter.