Per scrivere contenuti che non promuovano (anche involontariamente) alcuna forma di discriminazione, puoi seguire questi 5 approcci strategici in fase di elaborazione dei contenuti.
Il valore dell’inclusività nei testi
«Parole e idee possono cambiare il mondo», diceva il professor Keating – Robin Williams – ai suoi studenti, esortandoli a comprendere la grandezza della poesia, nell’indimenticabile «attimo fuggente».
Anche i nostri testi, nella quotidianità, possono essere permeati di quell’empatia, della capacità di superare le barriere, di affermare valori tali da far progredire la nostra società, superando le discriminazioni.
Come possiamo raggiungere l’obiettivo di rendere più inclusivi i nostri testi, tenendo conto che, da una parte, esistono norme grammaticali ed «abitudini redazionali» tali da influenzarci inconsciamente?
Oggi vediamo insieme alcuni consigli pragmatici per portare il valore dell’inclusività nei nostri testi: buona lettura!
1. Consultare le linee guida sull’inclusività
Può sembrare banale, eppure le istituzioni, le associazioni di categorie e le organizzazioni dispongono spesso di linee guida sull’inclusività dei testi, che ci possono essere di aiuto per superare eventuali difficoltà.
Al loro interno possiamo trovare le indicazioni più attuali su espressioni e modi di dire desueti (connotati di natura discriminatoria), con esempi di usi alternativi (e più inclusivi) della lingua.
2. Preferire un linguaggio neutro e rispettoso
Ogni lingua ha le sue regole grammaticali, alcune delle quali sembrano ricalcare su misura un modello sociale tradizionale e che, ai giorni nostri, in alcuni casi può sembrare discriminatorio o escludente.
Alcune parole possono involontariamente «scivolare» nell’ambito della discriminazione o esclusione.
Ad esempio, se scriviamo «tutti gli uomini sono invitati a partecipare», non dobbiamo dare per scontato che uomo, dal latino homo, sia universalmente compreso nel senso etimologico, che si riferisce all’essere umano (e non già all’individuo di sesso maschile, vir).
Per ovviare a questa problematica, possiamo scrivere «tutte le persone sono invitate a partecipare». L’uso dell’impersonale (anziché le forme declinate per genere) ci può aiutare ad essere più inclusivi.
3. Riconoscere e valorizzare le diversità
Quando parliamo di persone o gruppi, assicuriamoci di rappresentarli in una gamma diversificata, trattando esperienze ed identità differenti, poiché aiutano a «variegare» efficacemente il consorzio umano.
Non stringiamo il nostro focus sur un solo gruppo etnico, ma attingiamo a culture e background culturali differenti, considerando anche estrazioni sociali presenti nella realtà di una popolazione.
L’inclusività passa anche dalla possibilità di immedesimarsi e riconoscersi nella narrazione testuale: teniamone conto nel nostro lavoro!
4. Evitare gli stereotipi
Gli stereotipi e i luoghi comuni sono nemici giurati dell’inclusività, poiché banalizzano la complessità umana, riducendola ad un’espressione catalogabile entro pochi e selezionati «modelli».
In una frase come «questa donna manager è sorprendentemente competente» si avverte una chiara discriminazione di genere, che insinua anche (in modo abilista) una «capacità inferiore».
Queste espressioni sono forgiate dall’abitudine a considerare un genere in funzione del ruolo che la società, per tanti anni, in modo più o meno universalmente accettato (e convenzionale) gli ha attribuito.
5. Il tono e la complessità del testo
Non dimentichiamoci mai del contesto e del pubblico al quale ci stiamo riferendo, adattando di conseguenza il tono e il livello della complessità del testo, per evitare fraintendimenti di sorta.
Il linguaggio condiscendente o paternalistico tradisce una minor considerazione (quasi sprezzante) di un gruppo, così come quello troppo forbito, può erigere una «barriera» col nostro pubblico.
Ad esempio, scrivere che «un prodotto è facile da usare, anche per gli anziani» insinua l’idea, in modo abilista, che questo gruppo sociale manifesta abitualmente dei limiti cognitivi e di competenze.
Il copywriting inclusivo
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